Nella giungla - La cura delle parole
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Nella giungla

Si fanno scoperte interessanti, nella giungla. All’inizio pensavo fosse tutta colpa della durezza della palafitta in cui dormivo; poi del ragno gigantesco annidato dietro la lampada a olio che tesseva imperturbabile un lenzuolo di tela; in seguito del disagio del fare i bisogni tra cespugli esotici, possibile preda degli elementi e di bestiacce preistoriche. 

Ad avvalorare questa ipotesi, ci ha pensato, una notte, un verme viscido: mi ha svegliato strisciandomi sulla coscia. Ho cacciato un urlo accompagnato da un salto e mi è crollata in testa la rete contro le zanzare malariche della Papuasia: aiuto!

All’inizio, pensavo semplicemente di non essere fatta per l’età della clava. Tutta questa battaglia, contro creature subdole e misteriose: una gran fatica. Datemi un letto e un tetto e delle solide pareti, per favore; datemi una guerra, se vi pare, ma non questa costante vulnerabilità della natura. 

A un più attento esame, tuttavia, scoprivo altre cose. 

D’accordo, i ragni e i vermi e le zanzare, ma per quale ragione un improvviso rombo di vento mi faceva battere tanto il cuore? 

Mi sono chiesta a lungo perché. Poi ho capito. 

La giungla è il territorio inesplorato: il salto nel vuoto, la scommessa quotidiana della vita.  In tempi di crisi, credere che il rombo là fuori sia il vento e non una bestia feroce richiede un’intrepida fiducia. E’ la scelta di andare avanti anche quando diluvia perché sai che il sole sorgerà di nuovo. 

Ero alla spiaggia di Kaibola, sull’isola Kiriwina, in compagnia di quattro pescatori, quando ho capito. Erano stati sorpresi, oltre la barriera corallina, dal temporale; erano tornati a riva con le canoe e avevano acceso un falò sotto un tetto di foglie di banana. Io non parlavo la loro lingua, loro non parlavano le mie, eppure ci siamo intesi. 

Ci accomunava un’ancestrale, umana, parentela: la pioggia e il rifugio intorno al fuoco. Per un’ora buona siamo stati in silenzio, al riparo, in ascolto del ticchettio sul fogliame. Ero serena: avevo finalmente ritrovato la strada verso l’unico rifugio vero a nostra disposizione. 

Ho aperto le tante stanze di quell’hotel che è la mia mente e prestato finalmente ascolto alla mia voce matura, l’anima selvaggia, quella che ci guida e che decide, mentre dormiamo, il da fare. 

Il mio amico Ben ha colto il mio cambiamento. Era finito il tempo del riparo e dei timori, finito il tempo dell’attesa: il verme era solo un verme, il ragno solo un ragno e il rombo solo il vento che scuoteva furioso i mille alti fusti della giungla. 

I momenti di crisi sono sempre fantastiche occasioni di trasformazione, in cui affondi o voli.

Si fanno scoperte interessanti, nella giungla. All’inizio pensavo fosse tutta colpa della durezza della palafitta in cui dormivo; poi del ragno gigantesco annidato dietro la lampada a olio che tesseva imperturbabile un lenzuolo di tela; in seguito del disagio del fare i bisogni tra cespugli esotici, possibile preda degli elementi e di bestiacce preistoriche. 

Ad avvalorare questa ipotesi, ci ha pensato, una notte, un verme viscido: mi ha svegliato strisciandomi sulla coscia. Ho cacciato un urlo accompagnato da un salto e mi è crollata in testa la rete contro le zanzare malariche della Papuasia: aiuto!

All’inizio, pensavo semplicemente di non essere fatta per l’età della clava. Tutta questa battaglia, contro creature subdole e misteriose: una gran fatica. Datemi un letto e un tetto e delle solide pareti, per favore; datemi una guerra, se vi pare, ma non questa costante vulnerabilità della natura. 

A un più attento esame, tuttavia, scoprivo altre cose. 

D’accordo, i ragni e i vermi e le zanzare, ma per quale ragione un improvviso rombo di vento mi faceva battere tanto il cuore? 

Mi sono chiesta a lungo perché. Poi ho capito. 

La giungla è il territorio inesplorato: il salto nel vuoto, la scommessa quotidiana della vita.  In tempi di crisi, credere che il rombo là fuori sia il vento e non una bestia feroce richiede un’intrepida fiducia. E’ la scelta di andare avanti anche quando diluvia perché sai che il sole sorgerà di nuovo. 

Ero alla spiaggia di Kaibola, sull’isola Kiriwina, in compagnia di quattro pescatori, quando ho capito. Erano stati sorpresi, oltre la barriera corallina, dal temporale; erano tornati a riva con le canoe e avevano acceso un falò sotto un tetto di foglie di banana. Io non parlavo la loro lingua, loro non parlavano le mie, eppure ci siamo intesi. 

Ci accomunava un’ancestrale, umana, parentela: la pioggia e il rifugio intorno al fuoco. Per un’ora buona siamo stati in silenzio, al riparo, in ascolto del ticchettio sul fogliame. Ero serena: avevo finalmente ritrovato la strada verso l’unico rifugio vero a nostra disposizione. 

Ho aperto le tante stanze di quell’hotel che è la mia mente e prestato finalmente ascolto alla mia voce matura, l’anima selvaggia, quella che ci guida e che decide, mentre dormiamo, il da fare. 

Il mio amico Ben ha colto il mio cambiamento. Era finito il tempo del riparo e dei timori, finito il tempo dell’attesa: il verme era solo un verme, il ragno solo un ragno e il rombo solo il vento che scuoteva furioso i mille alti fusti della giungla. 

I momenti di crisi sono sempre fantastiche occasioni di trasformazione, in cui affondi o voli.

Io e Ben ci siamo tolti i vestiti fradici e siamo saltati dentro l’oceano in tempesta, con la fiducia di chi fa ciò che può con quel che ha, in ogni dove.