Asmara - La cura delle parole
15839
post-template-default,single,single-post,postid-15839,single-format-standard,theme-bridge,bridge-core-2.5.3,woocommerce-no-js,ajax_fade,page_not_loaded,,vertical_menu_enabled,qode-title-hidden,columns-3,qode-theme-ver-23.8,qode-theme-bridge,disabled_footer_bottom,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-6.4.1,vc_responsive

Asmara

Ci sono momenti in cui mi coglie una sconfinata esuberanza e penso siano i sogni che sogno di nuovo la notte, a caricarmi mentre dormo.

L’altra sera, dopo uno scambio di sms con il mio ex fidanzato, sono andata a letto agitata e al mattino mi sono svegliata in testa mio papà che mi diceva tesoro volevi me ma mi hai cercato al numero sbagliato. 

Ho bevuto dell’acqua bollita nel tucul in cui mi trovavo e ho pensato che peccato adesso per colazione c’è pane e un tè slavato invece di una bella secchiata di cioccolata. 

Ma scusate: non ho spiegato. 

Mi trovo in Eritrea, in un posto sperduto chiamato Keren. Ci sono arrivata percorrendo una via di pietre frequentata da mandrie di bestie spesso placide, talvolta appassionate. Abbiamo rischiato l’incidente:  con un somaro che inseguiva e montava una somara che, sotto i nostri fari, sbavava beata. 

Ho riso e detto: “Che invidia”, e riso di nuovo, dando un’occhiata alla suora comboniana seduta al mio fianco, in auto. 

Suor Grazia non ha perso un colpo e ha replicato: “La natura!” 

E’ una forza. E’ partita dal Veneto ai tempi del fascismo e non si è più fermata, scoprendo, sempre curiosa, che c’era un trama nel suo errare, che l’ha portata a 90 anni a essere esattamente dove vuole: al mio fianco, su questa auto. 

L’ho vista regalare carezze ai bimbi di una scuola, arringare un vescovo molto più giovane, caricare una jeep di pomodori e patate, soave ed energica, bambina e madre. 

L’arte della fuga, mi ha detto, consiste nel capire in che direzione andare. Spesso, per arrivare, occorre perdersi, anzi è necessario. Tutti dobbiamo prendere la strada sbagliata che ci conviene. 

Mentre l’ascolto penso che ho fatto, errando, tanta strada, non c’era un altro modo per arrivare dove sono arrivata. 

L’elaborazione di un lutto, la fine di un amore, è sempre un cammino. Ciò che conta è non insabbiare: viversi la giusta pena, coccolarla come un’amica che ha preso acqua in una notte di gelo. 

Per anni, ho subappaltato agli altri la pratica. Agli uomini: che mi hanno viziata. E’ raro un uomo che vizia una bambina e poi accetta di fare i conti con la donna che fa capolino.  Sono così fragili le piccole che ci portiamo dentro: bramano affetto con l’urgenza di minatrici in trappola sotto una tela.

Suor Grazia mi distrae dalle mie meditazioni.  

“Ci facciamo un tè?”

Ripenso al sogno: per quanto tempo, papà, ti ho cercato in uomini sbagliati? E quando smetterai di dirlo, papà, che erano sbagliati? Dell’ultimo, hai detto: “Gli piace il vino”, e io ho replicato “proprio come piace a te”. 

Smetterò di cercarti, papà, al numero sbagliato, penso allegra, mentre la missionaria mi reclama al presente.  

Voglio essere roccia e fieno, una pudica amante spudorata di un uomo diverso da mio padre.  

Asmara, 2014