Scusa, Tolstoj - La cura delle parole
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Scusa, Tolstoj

“Perché non parli mai di Istanbul?”, mi chiede un amico.

Ha ragione. Non ne parlo mai. Scrivo spesso di Beirut, qualche volta

del Cairo e di New York, invece il Bosforo è come scomparso dal mio

radar. Click: cancellato.

“Che ti hanno fatto i turchi?” incalza il mio amico.

Sono tra le nuvole, da qualche parte nel cielo sopra Pechino. Stiamo

atterrando, ma non si vede niente, proprio niente, della terra che ci

aspetta. Lo smog avvolge tutto in una bolla grigia. 

E’ un deja vu. 

Mi sono già sentita, così. A Istanbul. Una sera un amico mi invitò

all’Opera, sulla costa asiatica; davano il Barbiere di Siviglia.

Prendemmo il vaporetto, a Karakoy; era tutto bianco e nero. La nebbia

era scesa all’improvviso e dal molo non si vedevano più neppure le

cupole delle moschee dall’altra parte del Corno d’Oro. Ci ritrovammo

nel mezzo del canale, dentro una foschia primordiale, come sperduti

nelle pieghe del tempo. Di qua c’era l’Europa, a naso; di là l’Asia.

Fu piacevole, per un po’, ritrovarsi in balia degli elementi,

abbandonati a stessi tra le onde.

E tuttavia all’approdo, tirai un sospiro di sollievo; era stato bello,

quel buio, interessante come può esserlo una visita a un bel cimitero.

Avete presente? Gli stati di transizione? Quando hai mollato una riva

ma della terra nuova neanche l’ombra?

Ora che ci penso, di Istanbul non parlo mai perché è stato l’amante

con cui ho fatto l’amore per dieci mesi nel tentativo, vano, di

dimenticare Beirut. E’ stato il flirt cui non perdoni niente, perché

non puoi perdonargli il fatto di non essere il tuo amore.

Vale per le città, per il lavoro, per le persone, ciò che vale per gli

amori: è la tua predisposizione a farne ciò che, per te, sono.

Istanbul, per dire, è bellissima, molto più bella di Beirut,

distrutta, ricostruita, posticcia, esagerata, schizofrenica,

irritante, sporca.

Istanbul è bellissima, di una bellezza da cartolina, con il bazar e i

saliscendi e le spezie e il mare e le navi; ma è una bellezza che non

mi parlava al cuore poiché il mio cuore era altrove.

Gli stati nascenti, gli amori, tra le persone e non solo, richiedono

una tabula rasa: devi aver smaltito la vita prima, fatto spazio,

sbattuto le corna contro il muro di tua costruzione, per poter uscire

dalla bolla grigia e dire: ottimo! E ora?

Ecco, amico mio: a Istanbul pulivo le ragnatele.  Giocavo con l’idea

che si potesse vivere di tiepidi abbracci, fare a meno della passione.

Il mio migliore amico era un letterato che un giorno mi disse:

“L’amore è una perdita di tempo. Tolstoj andava a letto con la serva.

L’arte, solo quella conta”.  Per un po’ gli diedi retta; intravidi la

riva, uscii dalla bolla, il giorno in cui conclusi che la bellezza è

un balsamo, l’arte una favola, ma l’amore, scusa Tolstoj, l’amore è

meglio.

Istanbul, 2010