Tempo e tempi - La cura delle parole
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Tempo e tempi

L’altra sera ero a Mosca, dietro la piazza Rossa, in una stanza d’albergo, al riparo dal gelo del Nord. Ping, email in arrivo: era un allegro invito. Ex colleghi da Roma mi invitavano a una festa per il decimo anniversario di una nostra, ormai, defunta impresa. Mario, l’ex capo, una persona per bene, aveva riesumato, per l’occasione, delle pagine del nostro giornale. Una era datata 28 novembre 1999 e riportava un articolo che forse avevo scritto io stessa, ma non era detto, perché non era firmato. Descriveva l’avanzata dell’esercito russo a Grozny, nella seconda guerra in Cecenia. Ho letto l’articolo, e sorriso, e guardato dalla finestra le cupole congelate di viale Dmitrovka.

Era una buffa coincidenza: il giorno dopo sarei volata a Grozny per raccontare l’eredità di quel conflitto. In dieci anni sono passata dal copia e incolla delle agenzie nella catena di montaggio di un sito, al lavoro da inviata che sognavo da piccola. 

Quando le carte non sono truccate, e la gente ha aspirazioni e talenti e decide liberamente cosa fare del proprio destino, dieci anni rappresentano la media di lavoro duro e determinato necessario a fare di sé ciò che si vuole. Sgobbi, prendi dei rischi, perfezioni la tua officina, sbagli, impari, migliori, e se non perdi la bussola dei tuoi desideri, prima o poi passerà l’angelo e dirà amen e sancirà una qualche forma di gloria. Tutti i miei amici e colleghi a Beirut hanno una storia simile. Purtroppo, sono tutti stranieri. Ogni tanto passa un italiano, e ascolto storie di umiliazioni, di denunce del sistema, o del capo bove. Mai nessuno che smetta, per un attimo, di lamentarsi e di affogare nell’autocompassione. Raro che qualcuno faccia una cosa che altrove è normale e in Italia è carbonara: prendere un rischio, concedersi un brivido, e magari, strada facendo, ottenere un piccolo o grande trionfo, dando agli altri un esempio di redenzione. Gli italiani redenti è più facile trovarli altrove. 

Qualche settimana fa, di passaggio a Parigi, ho conosciuto un pittore: Antonio Cacciatore. Essendo povero, e di origine siciliana, si è a lungo dedicato agli affari. Poi, un giorno, ha preso un sabbatico, e se n’è andato in Australia, seguendo le vie dei canti di Chatwin. Lì, ha disegnato e dipinto, sentendosi per la prima volta un uomo. Poi è tornato a casa, ha riempito il suo appartamento di tele e adesso si sveglia ogni mattina coi suoi pennelli privo di sicurezze economiche ma felice. Se non avrà sbandamenti, fra dieci anni ne sentiremo parlare. Non ci sono scorciatoie per il cielo: la paziente, infaticabile, laboriosa, costruzione quotidiana dell’identità e del lavoro è l’unica strada. L’Italia dei nostri giorni somiglia alla Istanbul del XX secolo descritta dal Nobel Orhan Pamuk: “Eravamo uomini (e donne) di una cultura che aveva perduto la sua antica ricchezza, impoverita, indebolita, e con scarsa determinazione e volontà, gente che non dimenticava che qui in ogni caso non può succedere niente di bello”. Istanbul oggi vive una sua felice riscossa. 

A quando la nostra?