Tanju - La cura delle parole
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Tanju

L’altro giorno ho rivisto il mio amico Tanju. Non lo vedevo da un po’ e allora, per festeggiare, siamo andati a pranzo al bazar delle Spezie, in un posto magnifico, con le piastrelle azzurre e il pesce fresco e le finestre sul ponte di Galata. 

Per come la vedo io, ogni giorno è un regalo; una si sveglia, apre gli occhi, respira, riscopre il miracolo di esser viva, e si chiede: cosa posso fare per rendere questa giornata immortale?

Tanju, invece, aveva davvero qualcosa da celebrare: un’auto retrocessione. E’ successo che dopo aver mosso mari e scalato monti, dopo aver scritto il proprio nome in cima a una cattedrale e sull’etichetta di una collezione di mutande, si è reso conto che in questo sforzo sovraumano per dire: esisto! Ci sono! Mi vedete? Che mentre lottava e complottava e declamava, si era dimenticato di sé, e dei propri bisogni. 

“Mi dovevo tuffare di testa in una bacinella di cioccolato fondente, altro che direttore internazionale di questo o di quello”, mi dice, bevendo un sorso di Raki. 

Deve essere un benefico trend, e meno male. In Italia, un mio vecchio companero, ha smesso di far soldi a palate producendo cappe da cucina per l’azienda di famiglia, ed è diventato autista di autobus.

Libero dal fardello delle responsabilità, nel tempo libero coltiva zucchine. Possiede quindici meravigliose piantine che nel giro di un mese e mezzo, mi ha spiegato, gli occhi gonfi di meraviglia, la postura serena, gli hanno dato frutti. Mi ha fatto vedere la fotina, sul cellulare. 

Era fiero: “Alla terra, bisogna tornare”. 

Mi ha anche mostrato una composizione artistica di pomodori pachino, fotografata sul ripiano di un frigo vuoto, in perfetta posa piramidale. Ho capito che stava esagerando quando mi ha detto che aveva preso negli ultimi mesi a mangiare tonnellate di basilico, di basilico solo: “E’ proprio buono”. 

Poi qualcuno gli ha detto che in quelle dosi fa male, e lui a malincuore ha smesso ed è tornato a ingozzarsi di zucchine. In effetti, è dimagrito. Sono tornata a casa, e ne ho parlato con mia madre. 

Le ho detto sai mamma? mi piacerebbe piantare un albero sul Bosforo e magari adottare anche uno dei milioni di gatti randagi di Istanbul. Fanno così compagnia i gatti, ti riempiono la casa. “Si, di peli” ha risposto la mia leggiadra madre. 

Ho evitato di parlarle delle zucchine e del basilico e dei pomodori. Lei appartiene a un’altra generazione. La terra la conosce bene. Era una bimba, durante l’ultima guerra in Europa.    All’epoca, non si aveva il problema di muovere mari e scalare monti per dimostrare di esser al mondo; era il tempo in cui la vita in sé era un dono. 

I bisogni erano primari: mangiare, bere, dormire, fare all’amore, riprodursi pensando all’alto dei Cieli. Si viveva di terra e sulla terra e con gli animali, come ancora fanno oggi nei paesi poveri, che saranno disgraziati, ma sono più contenti di noi, che impieghiamo la libertà dalla guerra e dalla fame per saltare come canguri ciechi, tentando di innalzare una qualche futile cattedrale.