Goodbye habibi - La cura delle parole
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Goodbye habibi

Ero appena tornata da un viaggio faticoso, in Iraq, e mi godevo il sole in un ristorante sulla Corniche di Beirut. Mi pregustavo il kebab e il tabouleh e l’arak e la primavera delle stagioni e della mia vita. Era da tanto che non mi sentivo così bene. Pensavo vagamente al burqa che avrei indossato in Afghanistan, e alle scarpe di plastica che avrei comprato al bazar di Kabul. Mi chiedevo se i piedi delle afgane fossero più scuri dei miei, dovevo forse abbronzarli prima di partire? 

Sarebbe stata una tale avventura.                                         

Poi lo vidi. Era con un gruppo di persone. Si sedette a due tavoli dal nostro. Finse di non vedermi. 

Il giorno del nostro ultimo incontro, il primo da soli dopo la separazione, avevamo discettato come due bambini traumatizzati, che tastano il terreno, paurosi che, all’improvviso, si spalanchi un burrone.

Adesso sedevamo a due tavoli di distanza, protagonisti di altre vite. Ogni tanto, fra un piatto e l’altro, gli lanciavo un’occhiata. 

Avevamo riso così tanto assieme, e pianto, anche, in diverse lingue, in diversi continenti. Mi diceva che era l’unico a capire il miscuglio di idiomi con cui mi esprimo, ahlan wa sahlan, spranzone, kifak? Yes, sweet pie.   

Poi BUM eravamo implosi.  

Se c’è una cosa che ho imparato, in questi anni, è che 

l’amore è per sempre, ma non basta. L’amore, da solo, non è mai sufficiente.

Ci vogliono altre cose: affinità elettive, lo stesso sguardo sul mondo, interessi comuni, caro andiamo in montagna o al mare, la spiaggia certo, che lo chiedi a fare? La condanna a morte di una coppia di bambini è la crescita di uno dei due. I rapporti finiscono quando uno dei due, uno solo, cambia copione, e decide che invece vuole la montagna. 

L’altro s’incazza e scalpita e minaccia: la montagna? 

Come sarebbe la montagna? Tu ami la spiaggia. 

Di solito la tua parte e la sua parte si decidono nella fase iniziale, e poi guai a metterci mano. Io l’ho fatto. 

Pensavo, mentre sorseggiavo l’arak, alla somma algebrica delle nostre disfunzioni. Conoscevo esattamente il mio e il suo ruolo nel nostro patatrac. Lui, tuttavia, era stato crudele. Glielo avevo permesso, certo, ma non era una scusa: era stato orribile. 

Si può perdonare la crudeltà di uomo che hai molto amato?

Credo molto nel perdono e nella redenzione. Ma credo anche che il perdono comporti delle responsabilità da parte di chi ha sbagliato. Perdonare un recidivo è una causa persa. 

Nel dubbio, lui l’avevo perdonato. 

Ma rivederlo? 

I nostri incontri mi ricordavano la bambina che ero stata. Il giorno in cui ci incontrammo, tra quei tavoli assolati, ero in piena ricostruzione: quella notte avevo sognato che moriva mio padre. Non era stato un incubo, piuttosto il definitivo tramonto di alcuni valori in cui non mi specchiavo più. Alla fine del pranzo si alzò, e stette lì, in attesa, a due tavoli da me. Andai a salutarlo. Eravamo emozionati. Bofonchiò una scusa, bofonchiai una promessa vuota. 

Goodbye, habibi, dissi alla fine.