Beirut - La cura delle parole
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Beirut

L’altra notte ho sognato di essere in ascensore e l’ascensore a un certo punto dava di matto e mi spingeva verso l’esterno e stringevo i denti e non mollavo, mi voleva espellere lateralmente, ma non mollavo, poi atterravamo in un ampio slargo in un paesaggio lieto e sconosciuto e respiravo. 

C’era il sole nel sogno, e anche a Beirut. 

Adesso che ci penso, è stato così, l’anno passato. Ho preso l’ascensore in Kenya, a gennaio, e ne sono uscita in Cina, l’altra settimana, e adesso una parte di me mi sta dicendo di evitare per un po’ di respirare l’aria condizionata degli aeroplani. 

Ho imparato tanto, nei miei pellegrinaggi, adesso sarebbe tempo di piantare un albero, da qualche parte, e vederlo mettere su radici e seguire i consigli del mio amico mistico Ndaru. 

In Kenya, le donne Samburu di un remoto villaggio mi hanno insegnato che la vita, al suo meglio, è un’impresa fai da te. Anche se nasci nelle condizioni più dure, alla fine quello che conta non è la mano di carte che il caso ti ha dato, è come te le giochi, che cosa ne fai: le tieni o le scarti? 

Non sono gli eventi a definirci, ma quel che ne facciamo. 

In Pakistan, all’aeroporto di Islamabad, ho imparato che con tutta la buona volontà, ci sono dei momenti in cui, per quanto doloroso, è necessario dire basta. Mi fai del male? E io ti taglio la manoSe un presunto amico, alle sei della mattina, al nastro bagagli, ti dice che se la valigia non arriva, se si è ancora una volta smarrita in chissà quale anfratto, è perché hai un brutto karma; se ti dice, in pratica, che è colpa tua se la fottuta borsa  non si fa viva, allora quello non è un tuo amico, e merita di essere cacciato a pedate dal tuo giardino. 

Che è poi ciò che ho fatto.  

In Nepal, ho imparato che facciamo sempre gli stessi errori. Il passato è la nostra impronta, la forma cui permettiamo di imprigionare i nostri ardori, e che è dolce e bello lasciarsi andare, scartare di lato, lanciarsi in un’inedita sconfinata e magari inciampare in chi davvero siamo. 

In Tibet, che siamo davvero come fiori di loto: le radici nell’acqua, i petali nell’aria, in chiusura e apertura perpetua secondo i cicli della nostra natura. Sarebbe bello ricordarselo, e smetterla di aver paura, amori e sciagure passano, passano, non è vero? 

In Iraq, che la poesia si nasconde ovunque, se si hanno occhi e orecchi e cura e attenzione, e l’attitudine a vedere le persone al di là della cortina dei ruoli. Me l’ha insegnato un generale, uno che sa cos’è la tortura, confessandomi di sentirsi spezzato come un fiore. 

Ma la cosa più bella, me l’ha regalata Ndaru, il mio amico mistico di Giava. Qualche settimana fa, mi ha mandato un sms, con una mirabolante dichiarazione d’amore. 

“Ti va di andare in cima a una montagna a fare una ceramica immortale?” 

Ecco, mi piace immaginarlo così, il futuro.  Una montagna, da scalare piano, al largo dagli ascensori, e in cima una ceramica tutta da impastare.

Beirut 2010