Bhutan - La cura delle parole
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Bhutan

Ci sono dei viaggi brevi che tuttavia restano. 

Incontri con maestri inaspettati, che spalancano finestre.

Karma è certamente uno di questi. 

Non l’avevo cercato, in realtà inseguivo le sue erbe. 

Ora che ci penso, ma vi ho detto dove mi sono cacciata? 

In cima a un monte, sotto una tenda, in Bhutan.  

Scrivo queste parole a matita sul diario con una luce sulla fronte, come una palombara.

Odo il ruggito di un fiume, e il latrare di una muta di cani. 

Oggi per la prima volta è sbucato il sole e ho visto fragili fiori blu luccicare come ricami. 

Ora le nuvole sono basse, di nuovo; la temperatura è sotto lo zero.

Mi aggrappo alla borsa dell’acqua bollita sul fuoco, e penso alle donne. 

Le ho viste attraversare a piedi nudi ruscelli ghiacciati; le ho viste strisciare, dentro tempeste di grandine, a caccia di erbe medicinali. 

Una di loro, uno scricciolo di ferro, pareva un semaforo: di giallo vestita, le gote rosse di Heidi, un sacco colmo di tesori profumati. 

E’ durissima la vita a queste altezze, fortissima la resistenza che questa gente ha sviluppato.

Non c’è acqua e non c’è luce, nelle piccole case di legno, eppure nessuno fiata. 

Ah, il leggiadro mistero degli orientali.

Questa sera è la prima sera da molte sere in cui la mia testa pensa.

L’aereo è troppo veloce e spesso il corpo atterra molto prima della mente. 

Chiudo gli occhi e metto in fila immagini, parole, emozioni. 

Lo sciamano, mi dico, certo. 

Karma. Vuol dire stella, in dzongkha, la lingua locale.

Era un curioso personaggio, diceva cose semplici, solo in apparenza. 

Del tipo: “Se non puoi fare del bene, almeno non fare del male”.

Mi ricordava un leggendario mistico indonesiano, uno che un giorno mi disse: 

“Problema? Soluzione. No soluzione? No problema”. 

Karma era uno guaritore. Gli ingredienti dei suoi rimedi? Solo foglie e piante dell’Himalaya. Curava di tutto, e quando lo vidi, in un luogo da fiaba, l’ospedale di medicina tradizionale, mi fece l’effetto di un mite stregone. 

“La malattia ha a che vedere con il caldo e con il freddo”, mi disse gioviale. 

Il vento, spiegò, è particolarmente dannoso, il vento è delle personalità iraconde, e gli iracondi sono da evitare: “Lo  sai questo, vero?”

Gli dissi che avevo gli occhi stanchi, di chi ha visto troppo. 

C’era forse una pozione, nel suo inusuale catalogo, per riposare lo sguardo?

Karma mi guardò bonario ed era evidente ciò che pensava di me e delle mie pretese occidentali. 

“Se vedere ti fa male, smetti. Perché non connetti le cause agli effetti?”

Il nostro corpo, elaborò paziente, è il nostro più intimo specchio. 

Solo ora mentre scrivo, sotto la tenda, sotto la pioggia, mi rendo conto di quale fosse davvero il suo messaggio. 

Mi stava dicendo, con la pacatezza degli orientali, che non era nelle piante il rimedio che cercavo.