Il colonnello B - La cura delle parole
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Il colonnello B

Il Colonnello B mi scriveva di notte. Di giorno era il comandante del campo, di mille uomini asserragliati su un’altura in guerra. Di notte leggeva e pensava, solo nella sua tenda. 

Avevo più di un amico nelle forze armate, conosciuti sui vari fronti, ma il Colonnello B era un alieno, al confronto.  

Il suo libro preferito era L’Amore ai tempi del colera, di Gabriel Garcia Marquez. Per chi non l’avesse letto, è la storia di un uomo innamorato e respinto da una donna, cui fu comunque fedele per cinquantatré anni sette mesi e undici giorni, il tempo che impiegò a farla sua. Il Colonnello B ne traeva una sua felice morale, “su come le persone si affannano per tutta la vita per niente, per poi alla fine fare ciò che davvero conta”.

Non mi aspettavo di trovare a Kabul un romantico ufficiale; i suoi colleghi al più citavano Sun Tzu e Clausewitz. Lui indicò una pila di romanzi e disse:  “Leggere è ascoltarsi, un libro è lo specchio di chi legge”. 

Quell’autunno mi fermai in Afghanistan per un paio di mesi; non sapevo bene chi fossi e non sapendolo facevo due cose in eccesso: leggere e viaggiare. 

Non avendo ancora imparato a contenere i miei turbamenti, li trasformavo in intrepide fughe in tragiche terre. 

Ma la mia ombra, cocciuta, mi seguiva sempre. 

Il Colonnello B intuì in qualche modo il mio smarrimento. Giorni dopo il nostro primo convegno, ricevetti una sua cortese mail. 

Mi scrisse che si sentiva una Giovane Marmotta: “Sono qui, sotto una tenda, lontano da casa, con un mucchio di giovanotti, a giocare alla guerra. Ma in realtà mi è chiaro il mio intento: cerco di rallentare il tempo”.  

Quella sua onestà mi piacque, molto. Fu così che presi a confessarmi con uno sconosciuto in divisa che avevo visto una sola volta. Ci scrivemmo per mesi, ogni giorno, dandoci del lei; oggi penso che fu quella cortina di formalità a permetterci di essere senza pelle. 

Un pomeriggio di coprifuoco, gli scrissi che anch’io sognavo di vivere in una bolla: “E’ umano il desiderio di vivere su un’isola”, fu la sua risposta.  

“Neverever land è la cosa più bella nel mondo. La favola per eccellenza. Il sogno di ogni bambino che combatte contro il tempo perché scegliere è crescere. E crescere è un po’ morire. Ma morire, se ci pensa, è rinascere”.

Quella mattina – lui mi scriveva al buio, con una lucina sulla fronte, io lo leggevo al risveglio – pensai che nessuno mi aveva insegnato a crescere e che quella saggezza, la cercavo nei viaggi, nella vita, negli incontri. 

Quel nostro carteggio, lo rileggo spesso. Il Colonnello B figura certamente nella galleria dei miei più insoliti maestri. E dovessi qui spiegare cosa di lui mi è rimasto, dentro, direi che è questo: l’idea che è solo misurandosi con l’ostacolo, che l’essere umano scopre se stesso.

Beirut, 2007