Abdu Deejay - La cura delle parole
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Abdu Deejay

Ho un quaderno verde, con la copertina di pelle, che mi segue sempre. E’ la prima cosa che vedo al mattino, al risveglio, e l’ultima quando spengo la luce, e mi affido alle tenebre. Ha collezionato comodini e camere d’albergo, e mi ha fatto compagnia nelle lunghe ore in cui era impossibile dormire, poiché il cielo risuonava del clangore della guerra. Questo quaderno verde è pieno di righe storte, scritte a matita, come scrivo quasi sempre.

Mi piacciono le matite, le preferisco alle penne; hanno un che di provvisorio e di fisico; richiedono attenzione ma offrono la possibilità di aggiustamenti; e se capita che nella confusione di un momento, affidi alla pagina un’immagine senza contorni, la matita ti soccorre. Il quaderno verde – si sarà capito?  – è il mio taccuino dei sogni.

L’altro giorno, ero a Bengasi, in Libia, ospite di un sudanese di nome Abdo. Abdo era grande e grosso e di buon umore; viveva in due modeste camere che davano su un cortile con la moglie, etiope, Rita. Abdo e Rita mi avevano aperto le loro porte, offerto un tetto e un letto e una mensa,  su richiesta di un loro amico, che conoscevo a malapena.

Tutto ciò che era necessario sapere era evidente: a Bengasi piovevano bombe, e c’erano gruppi di islamisti impazienti di entrare in possesso di una bianca infedele. Abdo e Rita non avevano fatto domande; si erano limitati a stringermi la mano e a chiedermi se avevo fame. I piccoli, i deboli, i derelitti, i senza tetto, i senza patria, sono di una generosità istintiva, immediata.

Soltanto chi ha attraversato la notte, sa come funziona il mondo: ciò che dai, ti ritorna.

Abdu era curioso di sapere chi era la strana donna che si era messo in casa. La mia borsa era da paese ricco, e il mio colore evocava paesaggi meno torridi. Ma a rivelargli il mio grande privilegio, fu il quaderno verde con la copertina di pelle. Una mattina, mi vide in cortile, sotto un telone bucato, intenta a catturare le evanescenti immagini del mio inconscio e mi chiese tranquillo: “Che fai?”

“Scrivo i miei sogni”.

“I sogni? I sogni!” chiosò, toccandosi la pancia, un incongruo Buddha della Cirenaica.

Sbirciò nel taccuino e si grattò la testa:  “Mi chiamo Abdo El Hadi Kabashi. Sono di  Fasher, in Darfur. Hai presente?”

Si.

“Mio fratello Abdel Nabi era il presidente. L’hanno ammazzato. Bang bang”.

No?

“Le milizie arabe hanno bruciato 17 villaggi in Darfur, la scorsa settimana, e nessuno dice niente”.

E tu?

“Un tempo mi chiamavano Abdo Fox, Abdo la volpe. Combattevo nel deserto”.

E ora?

“Ora il mio nome è Abdo Dj”.

Abdo Dj?

“Organizzo feste di matrimonio. I migliori party di Bengasi. Faccio ballare la gente”.

Al che riaprii il quaderno verde e ripresi a scrivere, in trance.

“Che scrivi”?

“La tua storia. Somiglia a un sogno”.

Bengasi, 2014