Ritorno a Beirut - La cura delle parole
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Ritorno a Beirut

L’altro giorno sono tornata a Beirut.  Non ci andavo da un paio di anni; mi mancava. A Beirut ho vissuto sette anni, a Beirut sono quasi morta e poi rinata. Ho pensato a lungo che sia stata l’ambizione a portarmi a Beirut; col tempo ho scoperto che c’è la realtà e che c’è la verità, che è sempre più complessa.

Adesso che ci penso, a Beirut ho vissuto una vita pazzesca. Mi sembra pazzesca ora, poiché allora quella era la mia vita e quando tornavo a casa pensavo invece che tedio, che noia l’Europa. 

Autobombe esplodevano sotto casa, gli israeliani lanciavano missili, la milizia Hezbollah sguinzagliava i cecchini, i domestici cingalesi vivevano sui balconi dei padroni. E in tutto questo universo sregolato, i libanesi bivaccavano con gaudio. Nei locali, i più ricchi ordinavano la bottiglia più cara di champagne affinché il loro nome brillasse su un tabellone. 

I principi sauditi planavano sui bordelli di Jounieh, fintamente immacolati nelle lunghe vesti bianche. 

Per sette anni ho inseguito esplosioni, sviscerato conflitti, intervistato vittime, descritto crateri. Mentre lo facevo pensavo soltanto che dovevo farlo: era il mio lavoro. Era interessante, giusto? Quell’intreccio di spie e ambasciatori e agenti e guerriglieri e sceicchi depravati e bon vivant ubriachi.

L’altro giorno, sono tornata a Beirut e l’ho trovata diversa. 

Ovviamente non è Beirut a essere cambiata; Beirut sarà Beirut, nei secoli. C’erano colline di spazzatura e manifestazioni in centro; c’erano i cristiani asserragliati come sempre ad Ashrafiyeh,  nel centro commerciale ABC, dove ho ordinato distrattamente un cono a due gusti senza rendermi conto che mi sarebbe costato dieci euro. 

E poi c’era naturalmente la guerra, ma quella c’è sempre. 

Nella valle della Bekaa, un villaggio era nella mani dello Stato Islamico e un ras sciita, un  feudatario, impiegava profughi siriani in una fabbrica di hashish. 

A cena, ho ritrovato i colleghi di un tempo, quelli che non se ne andranno mai, gli eterni cronisti degli abissi. C’era Jane, una fotografa americana che non vedevo da qualche anno; era magrissima e strafatta di psicofarmaci. L’ho osservata a lungo e una vocina dentro di me mi diceva tesoro l’hai scampata bella. Nella realtà, Jane è attraente, è nota, è una donna di un qualche successo. Quando torna a casa a New York racconta le sue esperienze alle feste e alle conferenze. 

Ma la verità è che Jane è un’orfana.  Lo sono quasi tutti quelli che vanno in guerra.

Sei ferito, sei fuori di testa, ti porti la morte dentro e vai a cercarla al fronte.  Tutti quelli che conosco, finiti in Medio Oriente, hanno subito una perdita; tutti quelli che hanno subito una perdita, atterrano a Beirut e, senza saperlo, si guardano allo specchio. L’altro giorno, in quello specchio,  ho invano cercato un mio riflesso. 

Non c’era più. 

Beirut, 2017